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Quando la moda si ispira all’arte.

Quando la moda si ispira all’arte.

Quando la moda si ispira all’arte.

Come sapete sono un amante dell’arte in tutte le sue forme, e non perdo occasione di trarre ispirazione da quel mondo.

Vi ho già rivelato in un precedente post di questo blog, che vuole essere un racconto del mio lavoro e delle mie passioni, che la fantasia jacquard che caratterizza la collezione primavera-estate 2018 di TitìMilano è ispirata a un motivo pittorico, complicato e bellissimo, che compare sulla copertina del catalogo di una mostra tenutasi a Firenze qualche tempo fa: “Risorgimento della maiolica italiana: Ginori e Cantagalli”. L’immagine che mi ha rapita è, infatti, quella del soffitto in maiolica della loggetta del museo Stibbert di Firenze, realizzata da Cantagalli tra il 1889 e il 1892.

L’arte entra a buon diritto nella creazione vera e propria delle collezioni, inoltre tutti i miei modelli hanno nomi di artisti, e le visite a mostre e musei sono sempre stati un momento di grande stimolo per me.

Non solo per me ovviamente: l’arte con le sue multiformi e meravigliose creazione fu motivo di ispirazione di tantissimi stilisti e ci sononumerosi esempi di commistione tra queste due discipline: vediamone alcuni.

Si può dire che la liaison fra arte e moda iniziò con la nascita della haute couture, che gli storici della moda sono soliti collocare alla metà dell’Ottocento, quando l’inglese Charles Frederick Worth fondò e portò al successo a Parigi, in Rue de la Paix, la sua maison.

Worth è considerato il primo vero couturier poiché, per la prima volta, la scelta della foggia di un abito non competeva più alle signore e al loro gusto spesso confuso, ma veniva delegata ad un professionista del gusto e dello stile.

Worth introduce un nuovo status per il sarto di moda. Da questo momento in poi non è più un semplice artigiano, ma rivendica un ruolo da lavoratore intellettuale o artistico, che aggiunge alla sapienza del mestiere la propria creatività, di cui chiede un riconoscimento specifico. Il couturier è come un’artista a cui viene commissionata un’opera.

Fatta questa premessa, nel corso della storia della moda furono numerosi i creatori di abiti che si ispirarono a vario titolo all’arte per mettere a punto i loro modelli.

Mariano Fortuny, artista catalano che operava a Venezia, fu uno sperimentatore nell’ambito del movimento per la riforma dell’abito ottocentesco, con il busto e le sottogonne. Egli si ispirò all’arte greca e fu il moderno interprete delle fogge di quell’epoca: reinventò il modello del chitone, che tradusse nella tunica “Delphos”. Mentre la sua sciarpa “Cnossos” fu un omaggio alla scoperta della civiltà minoica.

Negli anni Settanta dell’Ottocento era avvenuto, infatti, un fatto straordinario: Schliemann aveva riportato alla luce Troia, Micene e Tirinto.

Nei primi decenni del Novecento fu Paul Poiret a lasciarsi ispirare dall’arte. In questo caso un’arte speciale: quella dei Balletti Russi di Diaghilev e dei suoi artisti che, a partire dal 1909/1910, sconvolsero Parigi con la sperimentazione nella danza e nella musica, storie esotiche e folklore orientale. Gli storici della moda parlano di straordinaria somiglianza fra i costumi dei nuovi balletti e i modelli di Poiret. Successivamente il couturier fu affascinato del progetto estetico della Secessione viennese: durante un soggiorno a Vienna aveva conosciuto, infatti, Gustav Klimt ed Emilie Flöge e la realtà e la produzione della Wiener Werkstätte.

Anche Coco Chanel, del resto, fu coinvolta nella vita teatrale del suo tempo. Dopo essere stata affascinata dai Balletti Russi, nel 1922 Jean Cocteau le affidò la realizzazione dei costumi per la sua Antigone. I modelli erano ambientati in una scenografia progettata da Picasso e la collaborazione fra Chanel e Cocteau durò 14 anni. Nella moda di Madeleine Vionnet si rintracciano fortissime connessioni con la cultura artistica degli anni Dieci del Novecento. La stilista scelse collaboratori che venivano dal mondo dell’arte come Thayaht e Marie-Louise Favot e condusse ricerche sulla geometria e le proporzioni.

In particolare, nel 1921 la Maison Vionnet sperimentò la struttura proporzionale della pittura greca attraverso il ricamo, provando a usare la superficie del vestito come fosse stata quella di un vaso da dipingere. Nella moda di Elsa Schiaparelli, nei suoi outfit più arditi e iconici, come quello contrassegnato dal tailleur con le tasche rifinite con bocche femminili ricamate e il cappello-scarpa in testa, si nota l’analogia con il sovvertimento delle regole dell’espressione e della comunicazione messo in atto dagli artisti dada e surrealisti che Schiaparelli aveva frequentato prima a New York e poi a Parigi.

Il nostro excursus nella storia della moda in relazione ai suoi legami con l’arte potrebbe andare avanti all’infinito. Che dire, ad esempio, dell’influenza che ebbe la pop art su stilisti come Krizia e Gianni Versace? Mi fermo qui, ma voglio infine raccontarvi quella che è stata, a mio parere, una delle massime celebrazioni di questo rapporto.

In occasione dei sessant’anni della Maison Dior, nel 2007, la casa di moda volle festeggiare in grande stile e l’allora direttore artistico John Galliano, che alla guida di Dior aveva già dato moltissimo in termini di creatività, innovazione e spettacolarizzazione, ideò una nuova collezione di haute couture da far sfilare all’ Orangerie della reggia di Versailles. Il tema si rifaceva a due passioni del grande couturier, fondatore della maison: le feste in costume e l’arte.

Ciascuno dei 45 modelli presentati era ispirato a un artista, a partire da quelli con cui Dior aveva lavorato: grandi fotografi come Irving Penn e Horst, disegnatori come René Gruau, intellettuali poliedrici come Jean Cocteau, per passare poi in rassegna l’intera storia dell’arte. Sfilarono, infatti, figure uscite, come per magia, dai dipinti di Picasso, Degas, Manet, Tissot, Gainsborough, Fragonard, Alma-Tadema, Velázquez, Caravaggio, Tiziano, Raffaello, Botticelli, Leonardo, Michelangelo e tanti altri.

Si trattava di una collezione incredibile che centrava più obiettivi: esaltare l’haute couture e la sua maestria professionale, offrire un’immagine assoluta del gusto per il teatro e i costumi che aveva sempre caratterizzato Dior, oltre che Galliano, rendere omaggio al grande couturier uscendo dagli stereotipi del revival.

Ma c’era di più: l’idea che la moda potesse rivaleggiare con l’arte. Meraviglioso!

A presto

Francesca

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