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Moda made in Italy, tracciabilità e storytelling

Moda made in Italy, tracciabilità e storytelling

Moda made in Italy, tracciabilità e storytelling

Se il made in Italy fosse un brand, sarebbe il terzo al mondo per valore e importanza, dopo Coca Cola e Visa: lo dice una recente ricerca di mercato, supportata dal fatto che le ricerche in Google di prodotti made in Italy sono cresciute del 22% tra il 2011 e il 2014 e non arrestano la loro ascesa.

Gli articoli realizzati in Italia, soprattutto in ambito moda, sono universalmente apprezzati per le loro caratteristiche di creatività, qualità e cura senza pari. Una reputazione incredibile, frutto della storia italiana e del suo sistema produttivo, basato sui distretti industriali, a forte tasso di specializzazione e flessibilità.

L'aspetto singolare è che il nostro Paese non sia mai riuscito fino in fondo a capitalizzare questa risorsa inestimabile. Prova ne è che, a livello di istituzioni europee, non si è mai riusciti a ottenere l'etichettatura obbligatoria che attesti il Paese di origine dei prodotti: una misura che valorizzerebbe senza dubbio il made in Italy.

Le associazioni di categoria dei vari comparti della moda si stanno battendo da anni per una risoluzione della Ue che vada in questa direzione, ma purtroppo bisogna registrare ancora un nulla di fatto. Un peccato davvero.

Ci si augura che con la nascita, avvenuta a fine marzo, di Confindustria Moda - la federazione che, dopo un lungo processo di avvicinamento, ha riunito le associazioni di moda, tessile e accessorio e che rappresenta più di 67mila imprese italiane, per un fatturato totale di oltre 88 miliardi di euro - il comparto abbia più forza in Europa per far valere le proprie ragioni.

Sicuramente negli ultimi decenni la reputazione della moda made in Italy non è mai venuta meno, ma lo stesso non si può dire del tessuto produttivo del nostro Paese, dove molte aziende specializzate in alcune lavorazioni hanno chiuso (e questo è un danno inestimabile in termini di filiera!), altre sono state comprate da grandi gruppi stranieri del lusso, soprattutto francesi, e altre ancora sono in difficoltà, a causa della crisi economica e della conseguente contrazione dei consumi, dell'alto costo del lavoro e della difficoltà ad accedere al credito.

Una situazione non certo facile, ma in termini di PIL la moda ha continuato a dire la sua e non sono mancate le iniziative per rilanciare il settore, sia da parte delle istituzioni, in primis il Ministero dello Sviluppo Economico, che ha varato e finanziato un piano straordinario per il made in Italy, che da parte delle singole aziende. Queste ultime hanno puntato soprattutto su certificazioni in grado di attestare la reale realizzazione in Italia dei capi, attraverso la tracciabilità dell'intero percorso, dal filato al capo finito.

Curiosamente sono state soprattutto le aziende a monte della filiera, quelle che realizzano filati e tessuti, a investire sulla tracciabilità, allo scopo di differenziarsi dalle produzioni che provengono da altre aree del mondo, dove le garanzie di qualità e sostenibilità non sono certo a livello di quelle italiane. Un altro strumento utile alla valorizzazione del made in Italy è, a mio parere, quello dello storytelling, ossia del raccontare cosa c'è dietro un capo finito Made in Italy. Bisogna parlare di filati e lavorazioni. Di stile e di modellistica.

Di storia della moda, considerato che c'è veramente molto da dire sul patrimonio dei distretti e delle aziende italiane. Sui loro archivi storici, sulle loro competenze, sugli aspetti artigianali di alcuni passaggi, sulla passione che anima gli imprenditori, gli stilisti, i modellisti e tutti coloro che lavorano a vario titolo alla realizzazione di abbigliamento e accessori made in Italy.

E allora svegliamoci

Se "made in Italy" è una delle locuzioni più ricercate in Google a livello globale, partiamo avvantaggiati.

A presto

Francesca

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