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Moda, stile, eleganza, glamour: alcuni concetti per non perdere il filo.

Moda, stile, eleganza, glamour: alcuni concetti per non perdere il filo.

Moda, stile, eleganza, glamour: alcuni concetti per non perdere il filo.

Si è appena conclusa l’ultima tornata di moda milanese prima delle vacanze - quelle relative alla moda maschile, ma con sempre più passerelle co-ed (uomo e donna insieme) e femminili tout court in calendario – e vale la pena, forse, fare una riflessione più generale su cosa sia la moda, lo stile, l’eleganza e il glamour: argomenti che non coinvolgono solo gli addetti ai lavori, ma anche il pubblico in generale, che dimostra un interesse crescente per la moda intesa come prodotto, fenomeno culturale e manifestazione.

Mi sembra completa, al riguardo, la definizione di moda che emerge dal libro dell’esperta della materia Maria Luisa Frisa “Le forme della moda”.

Il termine “moda” deriva dal latino “modus” che significa “misura”, “maniera”. Con il tempo è giunto a indicare l’eleganza, ma anche tante altre cose che ci preme approfondire, per la sua natura composita e ambivalente. Tim Edwards, ad esempio, nel libro “La moda. Concetti, pratiche, politica” ammette: “Uno dei problemi principali che ci poniamo studiando la moda è chiarire cos’è e cosa non è: stile, design, abiti, ornamenti, cambiamenti e gusto sono tutti elementi che ne fanno parte, ma non sono sinonimi”.

Parlare di moda non vuol dire parlare di vestiti. Gli abiti sono solo una parte, quella più accessibile e più d’impatto per il grande pubblico. A questo proposito ci viene in soccorso la definizione che di moda dà Roland Barthes nel suo testo “Sistema della moda” del 1967: “I vestiti sono oggetti relativamente significanti che entrano a far parte della moda nel momento in cui sono raccontati - semantizzati - attraverso le immagini e le parole. Moda è insieme l’industria produttiva e l’apparato comunicativo che si sviluppa attorno agli oggetti prodotti”.

La moda è, dunque, una galassia complessa, un sistema composto da oggetti, prodotti, immagini e servizi, nel quale si possono intrecciare e confondere le fasi dell’ideazione, della progettazione, del mercato e del consumo. La moda esiste non solo come insieme di oggetti, ma anche come immagine e significato.

Oltre alle aziende che materialmente fabbricano i vestiti, molti altri soggetti, come illustratori, fotografi e giornalisti, elaborano idee e disseminano il mondo di immagini che parlano di noi, oltre che dei vestiti e del loro significato. Qualcuno si è spinto a dire che il sistema della moda non riguarda tanto la vendita dei vestiti, quanto la vendita di stili di vita o addirittura di sogni.

La moda è anche un’industria colossale, in grado di dare lavoro a milioni di persone in tutto il mondo, o, per meglio dire, è una rete di industrie, dato che coinvolge attività molto diverse fra loro, dalla produzione delle fibre e delle altre materie prime fino al commercio degli abiti finiti, passando per il lavoro degli stilisti, il marketing e la pubblicità. Dato che ci vestiamo con abiti sempre diversi secondo il dettato della moda ma anche secondo i gusti personali, che a loro volta si sviluppano in un determinato contesto storico e culturale, la moda gioca un ruolo delicato nello stabilire il senso di identità individuale e collettivo.

Gli abiti sono una sorta di “seconda pelle” che trasmette agli altri l’idea di chi siamo e di come vogliamo essere. La stilista Miuccia Prada ha detto a questo proposito: “La moda è un territorio pericoloso perché parla di noi; è molto intima, parla del corpo ma anche dell’intelletto, della carne, della psicologia; dice così tanto a proposito di ciò che vuole diventare un essere umano”.

La moda non è mai stata disgiunta dagli aspetti sociali e culturali di un’epoca ma ha permeato il Novecento in un modo che non ha precedenti nella storia, affascinando con il suo stesso meccanismo e la sua forza. Lo storico Eric Hobsbawm parla della capacità degli stilisti di intuire in anticipo i bisogni futuri della gente nel suo saggio “Il secolo breve” del 1994: “Come sia possibile che gli stilisti, notoriamente una categoria non analitica, riescano a volte ad anticipare la forma delle cose che verranno meglio dei futurologi professionisti è una delle questioni più misteriose della storia; e, per lo storico della cultura, uno dei più centrali”. Affascinante, non c’è che dire.

Quanto al concetto di stile, riecheggia nella mente la frase di Coco Chanel: “La moda passa, lo stile resta”. In effetti, lo stile ha a che fare più con l’attitudine, con un certo gusto innato. Si può imparare ad avere uno stile?

Forse, ma sono necessarie molta applicazione e molta disciplina. Lo stile è ciò che determina la differenza fra una fashion icon e una fashion victim.

La prima fa scelte ragionate che mescolano oggetti, consapevolezza del proprio corpo e dei suoi movimenti: il risultato è un concetto di eleganza molto personale. Sono fashion icon coloro che, attraverso l’abbigliamento, hanno costruito un ragionamento sul sé e sul loro ruolo nella contemporaneità.

La seconda rincorre le sollecitazioni ed è alla costante ricerca di oggetti che possano garantirle lo status di donna “alla moda”. Il glamour, infine, ha a che fare con qualcosa di magico, in grado di trasformare, di illudere. Riguarda più la fruizione e il consumo di moda: è qualcosa di seducente e allettante, progettato e perfezionato per incantare e catturare il pubblico. Una sorta di patina che viene spalmata sul prodotto moda, per esaltarlo e renderlo desiderabile.

Da questa disamina ben capirete come sia il concetto di stile a guidare il mio lavoro: nello specifico, il mio progetto è quello di realizzare capi in maglia di grandissima qualità, permettendo alle donne di sceglierli e di elaborare sulla base di questi il proprio ragionamento sulla moda.

Fashion icon cercasi…

A presto

Francesca

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