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Lunga vita alla moda Italiana!

Lunga vita alla moda Italiana!

Lunga vita alla moda Italiana!

Chi segue queste “Stories” sa già che sono un’accanita frequentatrice di mostre e, in particolar modo,di mostre di moda e anche che mi piace moltissimo condividere le mie visite.

Oggi voglio parlarvi di “Italiana. L’Italia vista dalla moda 1971-2001”, l’esposizione che è stata inaugurata durante la recente settimana della moda femminile a Milano e che sarà aperta a Palazzo Reale fino al 6 maggio prossimo.

Il progetto, curato da Maria Luisa Frisa e Stefano Tonchi, mi è piaciuto fin dalla sua immagine manifesto: una fotografia di Oliviero Toscani tratta dal servizio “Unilook. Lui e lei alla stessa maniera”, pubblicato in L’Uomo Vogue di dicembre-gennaio 1971-1972. Lo scatto, in bianco e nero, è emblematico di come la moda possa essere “impronta” della società e, dunque, anche “osservatorio privilegiato per impostare una riflessione sulla contemporaneità”, come spiegano i curatori in una nota, chiarendo una prerogativa saliente del loro lavoro. La coppia ritratta - un lui e una lei con i capelli lunghi, entrambi in doppio petto grigio, quasi della stessa altezza (anche grazie ai tacchi di lei), che si tiene per mano e guarda dritto l’obiettivo - non racconta di una donna che rifiuta la sua femminilità e imita l’uomo. O di un uomo effemminato.

Racconta delle grandi conquiste femministe di quegli anni, delle utopie di uguaglianza e libertà portate avanti dalle generazioni del dopoguerra, di una diversa consapevolezza maschile rispetto agli stereotipi di genere, dei cambiamenti in atto nel rapporto tra uomo e donna. Di un moto a cancellare tutte le differenze.

Trovo sia un’immagine geniale per far capire come la moda sia anche e soprattutto qualcosa di molto serio. Il titolo della mostra è poi una dichiarazione di intenti: “Italiana” è, infatti, un aggettivo che diventa però qui un sostantivo per inglobare il complesso insieme di tratti, stili e atmosfere che definiscono la cultura italiana nelle sue forme e nelle sue espressioni.

Mentre il sottotitolo “L’Italia vista dalla moda 1971-2001” dichiara che la moda è il punto di vista privilegiato della narrazione ed evidenzia contemporaneamente la necessità di una visione alternativa, capace di sviluppare una nuova direzione critica, fuori dagli stereotipi o dai vecchi contenitori. Ed è precisamente questa impostazione che ha contrassegnato il lavoro svolto da Maria Luisa Frisa e Stefano Tonchi nel celebrare e raccontare la moda italiana in un periodo formidabile, in cui si mette a fuoco e si afferma il sistema italiano della moda nella grandiosa stagione del made in Italy a più ampio raggio, caratterizzata da intense relazioni e scambi tra gli esponenti di quelle generazioni italiane di artisti, architetti, designer e intellettuali che hanno saputo imporre la cultura italiana sulla scena internazionale.

L’obiettivo, a mio parere riuscito, di Italiana è quello di realizzare un affresco corale della moda italiana di quel fondamentale trentennio che va dal 1971 (anno che simbolicamente marca la cesura dall’alta moda all’inizio della stagione del prêt à porter italiano) al 2001 (anno in cui la moda italiana cambia pelle e si trasforma in un fenomeno globale, oltre che degli attentati dell’11 settembre, dopo i quali nulla sarà più come prima nel mondo occidentale), ragionando per concetti e visioni e facendo dialogare gli oggetti, gli stili e le atmosfere.

Il percorso espositivo non procede, infatti, in modo cronologico, ma si articola in temi: Identità, Democrazia, In forma di logo, Diorama, Project Room, Bazar, Postproduzione, Glocal e L’Italia degli oggetti. Nove stanze in tutto, che intendono mettere sotto i riflettori la moda italiana nelle sue manifestazioni più significative e nelle sue qualità identificative, utilizzando una selezione di item, fra moda, arte, design, fotografia ed editoria, estremamente rappresentativi per fissare in modo iconico gli snodi del periodo. Quello che emerge è che la moda italiana è fondamentalmente democratica.

È il luogo di una riflessione esplicita e consapevole sul “vestire bene” alla portata di tutti. La confezione industriale, attraverso il contributo di quella figura tutta italiana che è lo stilista, termine intraducibile, diventa rapidamente, sin dalla fine degli anni sessanta, ambito privilegiato per la produzione e la diffusione di abiti di qualità (nei materiali e nella fattura) destinati alla distribuzione su larga scala. È in questo momento che “vestirsi italiano” diventa sinonimo a livello internazionale di sapersi vestire con gusto. Lo stilismo viene coltivato in contesti industriali sensibili alla sperimentazione: Zamasport, Genny, Gibò, Miroglio e GFT rappresentano i luoghi di una produzione colta, dove figure come Walter Albini, Gianni Versace, Romeo Gigli, Giorgio Armani, Gianfranco Ferré, Dolce e Gabbana non solo trovano spazio per concretizzare il proprio lavoro, ma vengono coinvolte, attraverso marchi aziendali creati ad hoc, in progetti all’avanguardia che restituiscono un’immagine - assolutamente inaspettata - della produzione industriale come ambito della libertà immaginativa. Ed è forse questa la prerogativa più peculiare della moda italiana nel trentennio preso in esame.

All’interno del percorso c’è spazio per connettere le creazioni di Fiorucci, il grande visionario e utopista, capace di intercettare quel desiderio di moda e di continuo cambiamento che devono essere alla portata di tutti, all’ “antigrazioso” di Prada, che celebra il buon gusto del salotto borghese, “sporcandolo e uccidendolo”, all’allure edonista e sensuale dell’universo Gucci nell’interpretazione di Tom Ford.

La mostra può essere compresa a pieno se si ha una certa conoscenza della storia della moda di quel periodo ma è godibilissima anche da parte di chi quegli anni li ha solo vissuti oppure non li ha vissuti per ragioni anagrafiche ma ha la curiosità di scoprire la moda di ieri in rapporto a quella di oggi. Poiché l’indicazione del marchio degli abiti esposti non è posizionata in modo tale da essere letta immediatamente in prossimità del capo ma è inserita in una “didascalia” collettiva di un gruppo di capi, il gioco che si può fare è gironzolare per le sale e cercare di indovinare la griffe a cui appartengono i vari outfit.

Sfidatevi a riconoscere lo stilista che ha disegnato l’abito. Sarà un gioco divertentissimo e una full immersion istruttiva nella moda di un’epoca davvero dinamica e feconda! Lunga vita alla moda Italiana!

A presto

Francesca

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